Una casa sospesa tra il bosco e le carte del tribunale. Tre bambini che sognano la foresta e la notte si svegliano di soprassalto. Un paese d’Abruzzo che osserva in silenzio. Qui, tra strade di collina e voci basse, si decide cosa significa proteggere, quali regole valgono e quanto spazio dare a una vita diversa.
La storia la conosciamo ormai a grandi linee. La famiglia nel bosco ha scelto un ritmo diverso. Natura, poche mediazioni, educazione steineriana nelle prime fasi, più esperienza e mani sporche di terra che quaderni pieni di righe. La frattura arriva il 20 novembre 2025, quando il Tribunale dei minorenni separa i genitori dai figli. Da allora, case di accoglienza, incontri protetti, pareri tecnici, molta tensione.

Venerdì, all’Aquila, il primo round dei test psicologici. La psichiatra del tribunale, Simona Ceccoli, guida colloqui attenti. Chi c’era racconta di un piccolo riavvicinamento. Nel frattempo, la maestra Lidia Camilla Vallarolo lavora dal 13 gennaio per colmare i vuoti. Una lezione si accorcia, qualche giorno i ragazzi sono svogliati. Normale, per chi ha imparato a contare con i sassi e a leggere il paesaggio prima dell’alfabeto.
Catherine, la madre, insiste: i bambini hanno incubi. Una notte il più piccolo, sei anni, urla. Lei corre giù dalle scale, lo stringe, non basta. Sono dettagli che feriscono perché hanno un suono preciso. Non servono didascalie.
La decisione sull’esposto
E qui il punto. L’atto degli avvocati contro l’assistente sociale Veruska D’Angelo non produce effetti. Dopo soli cinque giorni, l’ente di ambito competente per il servizio sociale di Palmoli chiude la pratica: “Non ravvisiamo le contestazioni avanzate, l’operato dell’assistente sociale è stato corretto in ogni sua forma”. Niente procedimento disciplinare. Resta, invece, l’attesa per la risposta dell’Ordine professionale.
Nel frattempo, la stessa assistente sociale deposita una nuova relazione congiunta con gli operatori della casa famiglia. La definizione è netta: la madre è “oppositiva e riluttante a condividere regole diverse dalle proprie”. Un giudizio che pesa, perché orienta tempi e modalità dei rientri.
Dal lato clinico, i medici della Neuropsichiatria infantile dell’Asl Lanciano-Vasto-Chieti indicano una rotta: “Favorire e ripristinare una consuetudine affettiva, garantire la continuità dei legami familiari”. Tradotto: servono abbracci che ritornano, orari che non cambiano ogni settimana, obiettivi scolastici condivisi.
Rilevano anche episodi di aggressività e diffidenza, “inevitabili per le vicissitudini”, ma nel complesso parlano di un adattamento “valido”. I dettagli clinici completi non sono pubblici: chi segue il caso lavora su atti riservati.
Affetti, scuola, territorio: come stanno i bambini del bosco
All’orizzonte si muove anche la famiglia allargata. Dall’Australia sta arrivando Rachel, sorella di Catherine. Chiederà che i tre bambini vadano in affidamento ai nonni, a Melbourne. Possibile? Difficile. Servono l’autorizzazione del giudice dei minori e la cittadinanza italiana degli affidatari. Sono vincoli stringenti, non formalità. Intanto, il padre, Nathan Trevallion, dice di volere restare a Palmoli. Radici nuove, non un esilio.
Tra regole e desideri si apre una domanda pratica: come si ricuce lo strappo? Un esempio concreto viene dalla scuola. La maestra introduce routine brevi, pause frequenti, letture ad alta voce. Piccoli riti per agganciare i bambini dove si trovano. La neuropsichiatria spinge per obiettivi negoziati con la famiglia. Non un compromesso al ribasso, ma un terreno comune. Anche questo è “interesse del minore”.
Il resto è tempo, e responsabilità. Le istituzioni hanno detto che l’esposto non regge. Ora tocca far reggere le persone. Servirà una mappa che tenga insieme bosco e campanile, libertà e confini. Si può insegnare a contare con i sassi e, insieme, contare sullo Stato? Forse la risposta sta in una stanza tranquilla, un tavolo largo, una tazza di tè che non si raffredda mentre gli adulti, finalmente, si ascoltano.





